Il 29-07 la mia bici da città, bici che mi ha accompagnato da Settembre 2014 a fine Luglio 2020, ha deciso di prendersi una pausa.

È ceduto l’obliquo, dopo una ripartenza da un semaforo rosso, sulla pista ciclabile di via Nizza, non lontano da dove abito, ha deciso di spezzarsi, cedere, facendomi capire che è tempo che riposi, che ha bisogno di un “accorgimento” strutturale. La comprai usata da un signore ad Alpignano nel settembre 2014. Mantenni solo il telaio e il carter originali, poi con il tempo la rifeci in base alle mie esigenze. Tagliai il manubrio un centimetro a lato più largo del “condorini” manubrio sport anni 70’, cambiai i cerchi, la sella, misi il porta pacchi anteriore. Divenne il mio mezzo di trasporto a 360 gradi in città, per le galoppate al lavoro, piscina, palestra, spesa ecc ecc… sempre carica. Con lei abbiamo percorso in totale da quel Settembre 2014 km 33270. Poi dopo la risonanza magnetica al CTO di Giugno, dove uscendo trovai il tubo orizzontale storto e i porta pacchi a loro volta storti, subì un intervento di raddrizzamento che, per ovvi motivi ha indebolito l’obliquo.
Così il 29 ha deciso di cedere… si ma fortunatamente senza che io mi sia fatto male, come a ringraziarmi per tutte le cure date in questi sei anni passati insieme, fusi in un ritmo ciclico tra gambe e pedivelle, pedali e trasmissione, un qualcosa che quando sali su una bici e passi parecchio tempo in sella la senti tua, senti un senso di appartenenza, si impara a conoscersi a vicenda.

A settembre provvederó a farla saldare e rinforzare, così da avere una bici pronta all’uso, ma nel frattempo? Con cosa mi sposterò nel quotidiano?

Questa è stato il primo quesito che mi è venuto in mente dopo la rottura del telaio.
La risposta è stata: “Panzer” !

Chi è “Panzer”? Panzer, soprannominata cosí da me per la struttura e il peso, infatti faccio riferimento a: Panzer è il termine in lingua tedesca che identifica la corazza ed in generale qualsiasi oggetto corazzato o blindato (Panzerglas per vetri, Panzerschrank per casseforti, ecc.)[1]. In particolare, però, si riferisce al carro armato[2].
è una MTB anni 90’ della Bianchi che mi è rimasta nel sottoscala. La comprai per regalarla, poi il regalo non venne gradito e mi rimase lí. Ha ancora la guarnitura con le corone ovali, tre, tipico di quegli anni.

Buon per me che, nel momento del bisogno mi ritrovo un mezzo da sistemare e utilizzare. Ovvio che sia lento, pesante, con ruote da 26 e copertoni tassellati ma, con un paio di accorgimenti, un porta pacchi anteriore, un cambio della piega del manubrio più comoda per la schiena, può nell’immediato fino a che non farò una nuova bici da cità, può fare al caso mio, portarmi e trasportare ciò di cui necessito.

Però, però per prendere confidenza e come dire: socializzare e abbattere la timidezza, decido che dobbiamo conoscerci e fare un giro insieme dopo i primi accorgimenti e regolazioni. Cosí domenica 9 alle 16:00 parto per andare a Rueglio in Valchiusella. Li c’è il mio amico Riccardo che mi aspetta da cui dormirò.

Poco dopo essere uscito di casa, mi capita un imprevisto. Pedalo sulla pista ciclabile di via Nizza, sono in prossimità di Largo Marconi, un auto si ferma per darmi la precedenza, ha a bordo un signore ed una ragazza, mi allargo per passare oltre, mi rimetto nella pista ciclabile, mi volto alla mia sx per guardare che non sopraggiungano auto da dietro perchè ho intenzione di spostarmi sull’altra pista ciclabile dall’altra parte della strada, mi allargo un poco, faccio per rigirarmi e mi ritrovo per terra sull’asfalto.
Tutto è capitato in poche frazioni di secondi.

Spostandomi ho urtato in parallelo il cordolo sulla pista ciclabile. Una caduta da BDMB: babbo di minchia babbo! Pur pedalando circa 12.000 km all’anno, le distrazioni possono capitare, per fortuna non andavo forte ed indossavo il caschetto. Cadendo mi sono procurato abrasioni e un paio di contusioni, alla spalla sx, caviglia, fianco, avambraccio sx ed ho battuto con la testa sull’asfalto, non forte, ma tanto da segnare superficialmente il caschetto, certo che se non l’avessi avuto avrei battuto la testa e sarebbe stato decisamente peggio.
Quindi? Quindi:

  1. Bisogna guardare avanti mentre si pedala
  2. bisogna indossare il caschetto, può capitare di cadere
  3. l’asfalto è più “cazzuto” di me, poi se alle 16 di un pomeriggio di Agosto è pure bollente 😆

Fortunatamente l’auto che avevo appena superato si è fermata e la ragazza mi ha prestato soccorso porgendomi del disinfettante e aiutandomi.

Dopo questa parentesi, e constatando di avere solo abrasioni e contusioni, ho ripreso il mio viaggio fino a Rueglio.

La Bianchi monta una tripla davanti un 48-38-28 e un pacco pignoni posteriore a 6 rapporti un 14-28.

Pedalata dopo pedalata passo da Lombardore, Feletto, poi verso Agliè, da qui inizia a salire ma nonostante i copertoni tassellati e il range di rapporti differente, riesco ad arrivare a Rueglio senza problemi, pendenza massima su due salite che tocca l’11% il 28-14 basta per farle senza particolare impegno.

Dopo 3 h e 34 minuti sono a destinazione.
Ceneremo con amici, poi il programma prevede sveglia presto per poter essere a Torino ad un orario decente per lavorare.
La sveglia è puntata alle 5 del mattino, inizia ad albeggiare, faccio colazione, un pò di stretching per ricordare alle gambe che devono mettersi in moto e alle 6 parto. Mi fermo in piazza con di fronte il campanile, non c’è nessuno e l’aria è fresca, il bar del centro del paese l’ Americano è ancora chiuso ed io apprezzo il silenzio e l’aria fresca.

Arrivato a Feletto, passo da Bosco Nero poi verso San Benigno, seguo un percorso che mi ha fatto conoscere Silvio Gian Luigi Spertino, un amico che abita a Bosco nero. Percorso su strade secondarie, alcune bianche, con traffico quasi assente, molto distensivo e piacevole da percorrere.

Dopo 118 km, alle 9 del mattino sono davanti al Lap-top per lavorare, direi bello sveglio con una bella sensazione che mi pervade e le gambe “morbide” fare moto dal mattino combatte la spasticità.

Adesso “Panzer” ed io abbiamo preso confidenza e credo che andremo d’accordo, ogni uno con i propri limiti ma consapevoli e felici di farci compagnia.

Per sognare e viaggiare non serve avere il mezzo “top”, per usare un’espressione oggi diffusa, ma credo che basti avere la voglia di mettersi in gioco, curiosità, senza per forza cercare le prestazioni o “di piacere” agli altri. Siamo noi che dobbiamo compiacerci per ció che facciamo, siamo noi stessi che facciamo la nostra storia, che segniamo il nostro percorso, il nostro viaggio, l’approvazione e il mezzo “top” sono un più, piacevole ma non indispensabile.
Viaggiare con la “giusta lentezza”, sono sicuro che Panzer sia d’accordo con me.