Ecco che arriva il 31/12…capodanno, che fare? Il mio modo di festeggiarlo è quello di salire sulla bici e recarmi da Amici per cenare insieme e aspettare l’ingresso del nuovo anno.

L’anno scorso sono stato in Toscana a San Vincenzo da Marino e Monica ( conosciuti a Tarifa in Spagna ), poi ho proseguito verso Pisa e poi Firenze. Quest’anno mi è stato gentilmente esteso l’invito per recarmi a San Vincenzo ma avendo impegni di altra natura non avrei potuto dedicare il tempo necessario.

Parto dopo pranzo e mi dirigo dai miei amici di Rueglio nella Valchiusella a circa 55 km da Torino. Il tempo è invitante, fà caldo per essere la fine di Dicembre, cielo sereno e strade sgombre.

Ho effettuato una variazione ai pedali della bici, tolto quelli con attacchi SPD e montato pedali da free ride, in resina leggeri con i pin, punte che escono dal pedale in metallo per fare grip sulla suola della scarpa. In questo modo il piede rimane ben posizionato ma lavoro meno con il bicipite femorale, la parte posteriore della gamba, non dovendo tirare, cosí facendo si contrae meno la muscolatura. Con la spasticità, contrarre meno la catena posteriore durante la pedalata aiuta il recupero e la mobilità sceso dalla sella.

Inizio a pedalare godendomi il clima caldo per essere fine Dicembre, prendo confidenza con i pedali che da subito mi trasmettono buone sensazioni. Arrivato a Feletto mi fermo per un caffè, ricordo che da qui partí la mia idea di andare un giorno a Gibilterra. Nel 94’ durante il mio primo viaggio in bici in costa Azzura, con un caro amico, Riccardo lo stesso che sto andando a trovare a Rueglio, durante il ritorno che effettuammo di notte ( in quegli anni eravamo giovani, inesperti e incoscienti…) un ragazzo in auto ci caricò proprio a Feletto. Ci vide pedalare al buio sul ciglio della statale e si fermò. Ci portò a casa sua e cucinò un piatto di pasta. Ci raccontò che lui fece Torino Gibilterra in bici. Da allora mi rimase in mente questo posto da visitare e ad Ottobre 2017 ci arrivai partendo da Barcellona.

Riparto e inizia a salire. Fà caldo, le sensazioni sono buone, primo giro un pò impegnativo dopo le dimissioni del 5 Settembre. Seguo il mio ritmo, mi concentro sulla pedalata sulle sensazioni che mi trasmettono le gambe. Non avendo gli attacchi, vario la posizione del piede sul pedale e in base alle mie esigenze riesco a spingere con l’avanpiede e allungare il soleo ( dietro dove c’è il polpaccio ) durante la pedalata e quando pedalo in piedi in tratti particolarmente impegnativi. In questo modo mantengo la muscolatura meno contratta.

La strada la conosco a memoria, fatta moltissime volte, ma ogni volta è un piacere e mi gusto ogni salita e tornante.

Feletto, Agliè verso la Valchiusella..tanti ricordi 25 anni che mi reco a Rueglio, un luogo che incarna un’amicizia.

Dopo tre ore e 27 minuti sono agli ultimi due tornanti prima della piazza del paesino.

Arrivo alle 17:30, vado a casa del mio amico che arriva poco dopo con la famiglia, ma incontro gli amici con cui faremo la cena ed è subito festa 😊🎉🎊🚴🏼‍♂️

Arriva la mezzanotte, il brindisi, gli auguri e anche il meritato riposo. Il giorno successivo lo passo in famiglia in completo relax. Il 2 Gennaio, dopo colazione riparto, ho impegni a Torino e quindi il relax si conclude con questi due gg.

Decido di effettuare una variazione sulla strada del ritorno, ad Agliè alla rotonda giro a sx e mi dirigo verso Caluso per andare a Mazzè e salutare Elena e sua figlia Viola. Durante il ricovero a Moncrivello mi sono venute a trovare facendomi passare dei bei momenti in loro compagnia, ora essendo in quelle zone, un saluto ed un abbraccio e ció che sento di fare.

Arrivato a Mazzè chiamo Elena e lei felice di sentirmi mi invita a pranzo a casa sua. Bello riabracciarle, rivedere i loro volti in un contesto più spensierato. Mi fermo circa un’ora dove ce la raccontiamo un pó. Dopo l’ultimo caffè, riparto.

Arrivo a Torino in serata, contento, rilassato. Dopo i tre mesi di ospedale riuscire a percorrere km 150 mi dà morale. Sono nuovamente sulla bici a fare le salite che mi portano in luoghi a me cari. Anche la prostata risponde bene e non “brontola” per le ore passate in sella.

Un inizio anno decisamente promettente.

La soddisfazione è molta, dietro a questi 150 km c’è un enorme lavoro, un lavoro mentale e fisico, la voglia di non lasciarsi andare, di non cedere di continuare a sognare, la voglia di non perdere la propria IDENTITÀ, pur dovendo avere la capacità di reinventarsi in base a ció che la malattia prova ad imporre.

Ho modificato il modo di pedalare ( cambiato i pedali ) ma continuo a fare i medesimi percorsi. Questa è una malattia che non ti permette di rilassarti, bisogna stare con la guardia alta ed imparare a credere in SE STESSI !

A tal proposito voglio condividere il pensiero di una cara Amica, una GUERRIERA, che combatte a pugni chiusi la sua battaglia contro la sclerosi multipla. Io nelle sue parole mi ci ritrovo molto:

Per chi ancora si chiedesse che cosa è la sclerosi multipla…

Devi essere un mago, un trasformista della vita. Devi essere un mago di te stesso, per te stesso, un mago capace di diventare un guerriero per te, solo ed esclusivamente per te. Uno di quei generali e strateghi capace di cambiare le carte in gioco di una battaglia nel giro di un attimo. Non nel rumore delle bombe ma nel silenzio della notte o del giorno. Le bombe, quelle ce le hai dentro e a ogni esplosione va via una parte di te, che ti viene strappata per dar da mangiare a quella bestia che ti porti dentro da quando ti ha trovato. Nessuno la vede, se non al mattino tu allo specchio.
Eccola lì anche stamattina, beffarda, ridente e gagliarda dell’ultimo affronto.
La vorresti strappare, stravolgere, mordere, ma ti ritrovi a tirare schiaffi e pugni solo a te stesso. E tu sei lì a cercare di raccoglierle quelle parti, di non perderle e riattaccartele così come capitano, doloranti o formicolanti, non funzionanti, come quando ti rimetti addosso un paio di pantaloni stracciati pur di non andar nudo. Così con gli occhi chiusi, nel silenzio dei pensieri pensi, pensi e ripensi. In cosa mi devo trasformare oggi? Trasformarti è l’unico modo che hai per andare avanti per poter affrontare il giorno.

Diventi un mago dell’illusionismo. Sì perché mentre dentro ti senti morire, sei capace di sfoggiare sorrisi e consigli agli altri e prestazioni sontuose, ma che passo passo, centimetro per centimetro, ti erodono la vita come le cascate sulle rocce.

E quando proprio non ce la fai, le altre persone ti chiedono perché stai in silenzio, perché non parli, “perché quegli occhi?”. Perché, perché, perché… Non lo so, non so il perché, eppure sono anni che cerco la risposta ma alla fine so che non arriverà mai.

Paradossalmente sono lì che cerco di dare una risposta insistentemente anche se so che non c’è e non ci sarà mai. E allora rispondi con naturalità “nulla”, ma in realtà in quel nulla c’è un universo, c’è una trappola che incatena il cuore, una trappola per titani. In realtà sto solo pensando a che tipo di battaglia devo preparare oggi, a quale trucco o magia devo spolverare per apparire un super eroe anche oggi.

Ma non puoi dirglielo, non ti capirebbero. Che cosa dovrebbero capire – pensi stringendo i denti in una smorfia che agli altri sembra un sorriso ma per te è un ghigno di rabbia – …cosa dovrebbero capire? Come far loro capire un dolore sordo, cupo, intenso, che come una lingua di lava scende nelle gambe e ogni volto che ti trafigge stringe anche anima e cuore? Di solito loro sono abituati al dolore di una botta al massimo una frattura, al mal di gola che prima o poi va via.

Come fargli capire che non è nemmeno facile dormire se il sonno non arriva perché incastrato tra sensazioni di caldo e freddo e perché i pensieri spesso sbattono nella testa come onde del mare in tempesta. E come fai a spiegare che cosa cazzo è la fatica che ti hanno spalmato addosso, quella colla bastarda che ti appiccica tutto e ogni movimento diventa incollato, impastato, difficile come se improvvisamente avessero aumentato l’effetto della forza di gravità.

Come fai a spiegare che la fatica non è perché ho camminato, ho corso, ho giocato – magari avessi quella di fatica, ne vorrei 100, 1000, 10000 di quelle fatiche – questa no. È un miele avvelenato che ti spalma su un letto mai troppo comodo, è una colla che ti impasta e rende difficile anche il respirare.

Invece è sempre facile vedere una corazza, un’armatura da guerriero che vi assicuro a forza di guerre è diventata fantasticamente bella con ogni opzione: spada, lancia, arco, ascia, fucile…c’è di tutto! Ma i nostri occhi non son fatti per penetrare nel metallo, non son fatti per vedere nello scuro. Lì sotto c’è altro. C’è chi si è armato per correre a combattere anche oggi, e chi quel peso di quella corazza vorrebbe strapparselo ma non può. Lì sotto c’è chi nel buio sta cercando di trasformarsi in qualche altra cosa: fante, cavaliere o arciere per affrontare battaglie che ogni giorno, mutano, cambiano e richiedono una nuova corazza.

Battaglie silenziose, mai uguali, e per questo subdole e striscianti, che solo gli occhi possono raccontare. E cosi nel buio della corazza nascondi anche questi, perché c’è troppo da dire e da dove cominciare non lo sai nemmeno tu.

La notte l’armatura che porti la tieni addosso e fai fatica a dormire. Anche per quello e desideri tanto correre, lasciare i capelli al vento, sentire il mare sulle gambe, il ghiaccio sulle mani. Sentire la mano di qualcuno che senza rumore oltrepassi la tua armatura e toccandoti penetri nel tuo cuore, ti prenda e ti dica di non aver paura. La stessa paura che oramai non senti più pur avendola attaccata come l’odore del tuo sudore. E più lo lavi e più ritorna, un puzzo che a forza di respiralo in parte ti ci abitui.

Ti dicono: “Ma non hai paura?”. Sì che ne ho, ogni giorno. Ma avendola sempre con me ho imparato a lavarla con il coraggio, anche se a volte torna ancora più forte.

Speri di non essere un guerriero solitario, che con te ci sia un esercito. Ma spesso durante la notte capisci che non c’è e che ci sei solo tu, avvinghiato all’armatura che ti protegge, ma ti impedisce di piangere e di sentire l’aria fresca sulla pelle. Ti impedisce di dire “Sono libero!” anche quando lei se n’è andata.

Così nel silenzio della notte e nel rumore del giorno la guerra continua silenziosamente ma troppo, troppo rumorosamente dentro di noi. Maghi e guerrieri di noi stessi, impossibile per gli altri.